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Teatro
Valle
Interrotto
19
 
   

Il teatro Valle è un teatro perfetto.
L’ordine dei palchetti stretto a ferro di cavallo sul profondo palcoscenico coronato da un’alta torre scenica ne fanno un modello esemplare di teatro all’italiana.
Ma il Teatro Valle è un teatro interrotto. Un teatro incompleto.
La perfezione della macchina scenica e dell’anello di visione si affianca ad un’amputazione preventiva: Il Teatro Valle non ha davanti alla sala un foyer come la perfezione dell’impianto tipologico lascerebbe pensare.
L’intensità della vita in questi mesi ha rilevato con più evidenza questa mancanza questo vuoto.
Con maggiore evidenza, in questi giorni di residenza, aprendo tutte le porte che dai corridoi portano direttamente fuori, è apparso con chiarezza come il Teatro Valle sia un teatro di strada o meglio un teatro per strada.

 

 

Muovendosi davanti alla sua facciata dalle porte si vede il tamburo convesso della sala lì a pochi metri. Aprendo porte e finestre la luce invade il teatro in profondità – in quegli spazi solitamente non illuminati - e la strada appare finalmente per quello che veramente è: il foyer del teatro.
Questa condizione suggerisce una strategia per sviluppare, attraverso una serie di calibrati microinterventi, una radicale porosità capace di invertire i rapporti tra interno ed esterno, e tra spazi dell’esclusione e spazi dell’inclusione.
Queste ambiguità dilatano lo spazio del teatro e generano una serie di piccoli spazi porosi e indipendenti che acquistano una loro autonomia senza perdere il loro ruolo di servizio alla sala principale.
Il lavoro di questa settimana, attraverso la possibilità di abitare il teatro trasformandolo in una casa, ha permesso di esplorare luoghi e spazi invisibili ma

 

 

 

evidenti, permettendo di portare alla luce un loro nuovo ruolo come agenti di fluidificazione e rottura delle rigidità appartenenti alla tipologia edilizia originaria.
Le modalità di attivazione di nuove forme di spazio si intrecciano a quelli consolidati dell’architettura e si sperimentano durante inseguimenti e stupori, variazioni di programma e riconfigurazioni, movimenti di sguardi attenti e contatti ravvicinati, esperienze di contaminazione e tentativi di isolamento.
La strategia che si propone trasforma l’interruzione e la mancanza in un obiettivo, che utilizza la tecnica della sottrazione e degli innesti per definire un nuovo stato di grezzo avanzato: una nuova condizione in cui non è l’interruzione a lasciare un opera non finita ma la riduzione all’essenziale che riapre nuove possibilità per accogliere forme di vita e inattese configurazioni spaziali.

Marco Navarra

 
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Questo era il brief: ‘cercate di trovare un modo per rendere seminale l’esperienza di teatro Valle occupato. Che già quando ti poni con un atteggiamento del genere sembra che le cose non vadano e che tu sei chiamato lì ad avere qualche intuizione per metterle a posto.

Comunque – aderenti alle disposizioni - abbiamo iniziato a guardare meglio lo spazio attorno al teatro. Che è veramente un fiorire di altre occupazioni. Di suolo pubblico però. Sembra che la voce principale di spesa per gli spazi pubblici vada in dissuasori, recinzioni, offendicoli, transenne più o meno in stile da ristorante. E i posti che frequenti ti cambiano attorno tagliati da queste forme di privato che aggrediscono velocemente lo spazio.

Sempre dal foyer del teatro potevamo dare una occhiata al lavoro progettuale degli altri gruppi. Che anche per loro era inevitabile iniziare a definire i loro progetti segnandoli a terra.

Mettiamo da parte queste osservazioni veloci che torneranno dopo.

Il fatto è che se ti chiamano a teatro Valle occupato per rendere quella esperienza seminale, hai un problema: li trovi che sono finanziariamente a buon punto nel percorso verso la nascita della fondazione, trovi che l’evidente attenzione a mantenersi nell’ambito del bene comune è riuscita a produrre dispositivi giuridici che li hanno salvaguardati anche in caso di occupazioni di edifici privati (Cinema Palazzo), trovi che tutta la città sa dell’esperienza in corso e – per finire - sono praticamente diventati una specie di brand sociale che sta per indipendenza e coraggio. E tutti – compresi noi – ne vorrebbero il franchasing cercando di metterci un piede.

Allora se ti chiamano a teatro Valle occupato per rendere quella esperienza seminale, hai un problema perché è già - seminale.

 

Portatevi
le sedie da casa
 
01  
 

03

02

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comunque proseguiamo con la parte due del brief: ‘fatevi un giro dal teatro al cinema Palazzo, per vedere se esce fuori qualche altra situazione in cui si potrebbe esportare il modello...’

Allora eccoci proprio a metà strada tra Teatro Valle e cinema Palazzo che capitiamo in un posto che sembra la fiera della recinzione urbana di cui sopra, con situazioni e percorsi obbligati davvero paradossali. Tra l’altro – e forse per questo fiorire di barriere – si tratta dell’unico posto con un tasso di aggressività ambientale davvero alto nel centro della città.

Mettendo assieme questi segni a terra che servono a proteggersi ma che poi hanno l’effetto opposto ci è venuto in mente un altro sistema di segni a terra, quello delle palestre e degli spiazzi dove puoi giocare sport diversi perchè trovi già belle sovrapposte le linee di tutti i diversi campi da gioco.

Che poi la caratteristica davvero evidente di teatro Valle è la capacità di modificare in pochi secondi lo spazio interno trasformandolo in dispositivi capaci di ospitare situazioni anche radicalmente differenti da un minuto all’altro.

Ecco un progetto allora per portare all’esterno questa capacità. Un solo elemento formale, un tavolo. E la possibilità di sistemarli a seconda di decine di esigenze usando le differenti configurazioni segnate a terra e sovrapposte l’una all’altra. Portandosi la sedia da casa e mettendosi in scena.

Luca Diffuse Untitled Document

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Teatro
Valle
Interrotto
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Il teatro Valle è un teatro perfetto.
L’ordine dei palchetti stretto a ferro di cavallo sul profondo palcoscenico coronato da un’alta torre scenica ne fanno un modello esemplare di teatro all’italiana.
Ma il Teatro Valle è un teatro interrotto. Un teatro incompleto.
La perfezione della macchina scenica e dell’anello di visione si affianca ad un’amputazione preventiva: Il Teatro Valle non ha davanti alla sala un foyer come la perfezione dell’impianto tipologico lascerebbe pensare.
L’intensità della vita in questi mesi ha rilevato con più evidenza questa mancanza questo vuoto.
Con maggiore evidenza, in questi giorni di residenza, aprendo tutte le porte che dai corridoi portano direttamente fuori, è apparso con chiarezza come il Teatro Valle sia un teatro di strada o meglio un teatro per strada.

 

 

Muovendosi davanti alla sua facciata dalle porte si vede il tamburo convesso della sala lì a pochi metri. Aprendo porte e finestre la luce invade il teatro in profondità – in quegli spazi solitamente non illuminati - e la strada appare finalmente per quello che veramente è: il foyer del teatro.
Questa condizione suggerisce una strategia per sviluppare, attraverso una serie di calibrati microinterventi, una radicale porosità capace di invertire i rapporti tra interno ed esterno, e tra spazi dell’esclusione e spazi dell’inclusione.
Queste ambiguità dilatano lo spazio del teatro e generano una serie di piccoli spazi porosi e indipendenti che acquistano una loro autonomia senza perdere il loro ruolo di servizio alla sala principale.
Il lavoro di questa settimana, attraverso la possibilità di abitare il teatro trasformandolo in una casa, ha permesso di esplorare luoghi e spazi invisibili ma

 

 

 

evidenti, permettendo di portare alla luce un loro nuovo ruolo come agenti di fluidificazione e rottura delle rigidità appartenenti alla tipologia edilizia originaria.
Le modalità di attivazione di nuove forme di spazio si intrecciano a quelli consolidati dell’architettura e si sperimentano durante inseguimenti e stupori, variazioni di programma e riconfigurazioni, movimenti di sguardi attenti e contatti ravvicinati, esperienze di contaminazione e tentativi di isolamento.
La strategia che si propone trasforma l’interruzione e la mancanza in un obiettivo, che utilizza la tecnica della sottrazione e degli innesti per definire un nuovo stato di grezzo avanzato: una nuova condizione in cui non è l’interruzione a lasciare un opera non finita ma la riduzione all’essenziale che riapre nuove possibilità per accogliere forme di vita e inattese configurazioni spaziali.

Marco Navarra

 
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Questo era il brief: ‘cercate di trovare un modo per rendere seminale l’esperienza di teatro Valle occupato. Che già quando ti poni con un atteggiamento del genere sembra che le cose non vadano e che tu sei chiamato lì ad avere qualche intuizione per metterle a posto.

Comunque – aderenti alle disposizioni - abbiamo iniziato a guardare meglio lo spazio attorno al teatro. Che è veramente un fiorire di altre occupazioni. Di suolo pubblico però. Sembra che la voce principale di spesa per gli spazi pubblici vada in dissuasori, recinzioni, offendicoli, transenne più o meno in stile da ristorante. E i posti che frequenti ti cambiano attorno tagliati da queste forme di privato che aggrediscono velocemente lo spazio.

Sempre dal foyer del teatro potevamo dare una occhiata al lavoro progettuale degli altri gruppi. Che anche per loro era inevitabile iniziare a definire i loro progetti segnandoli a terra.

Mettiamo da parte queste osservazioni veloci che torneranno dopo.

Il fatto è che se ti chiamano a teatro Valle occupato per rendere quella esperienza seminale, hai un problema: li trovi che sono finanziariamente a buon punto nel percorso verso la nascita della fondazione, trovi che l’evidente attenzione a mantenersi nell’ambito del bene comune è riuscita a produrre dispositivi giuridici che li hanno salvaguardati anche in caso di occupazioni di edifici privati (Cinema Palazzo), trovi che tutta la città sa dell’esperienza in corso e – per finire - sono praticamente diventati una specie di brand sociale che sta per indipendenza e coraggio. E tutti – compresi noi – ne vorrebbero il franchasing cercando di metterci un piede.

Allora se ti chiamano a teatro Valle occupato per rendere quella esperienza seminale, hai un problema perché è già - seminale.

 

Portatevi
le sedie da casa
 
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Comunque proseguiamo con la parte due del brief: ‘fatevi un giro dal teatro al cinema Palazzo, per vedere se esce fuori qualche altra situazione in cui si potrebbe esportare il modello...’

Allora eccoci proprio a metà strada tra Teatro Valle e cinema Palazzo che capitiamo in un posto che sembra la fiera della recinzione urbana di cui sopra, con situazioni e percorsi obbligati davvero paradossali. Tra l’altro – e forse per questo fiorire di barriere – si tratta dell’unico posto con un tasso di aggressività ambientale davvero alto nel centro della città.

Mettendo assieme questi segni a terra che servono a proteggersi ma che poi hanno l’effetto opposto ci è venuto in mente un altro sistema di segni a terra, quello delle palestre e degli spiazzi dove puoi giocare sport diversi perchè trovi già belle sovrapposte le linee di tutti i diversi campi da gioco.

Che poi la caratteristica davvero evidente di teatro Valle è la capacità di modificare in pochi secondi lo spazio interno trasformandolo in dispositivi capaci di ospitare situazioni anche radicalmente differenti da un minuto all’altro.

Ecco un progetto allora per portare all’esterno questa capacità. Un solo elemento formale, un tavolo. E la possibilità di sistemarli a seconda di decine di esigenze usando le differenti configurazioni segnate a terra e sovrapposte l’una all’altra. Portandosi la sedia da casa e mettendosi in scena.

Luca Diffuse
con Michela Argenti, Giulia Consentino, Anna Fraire, Giulia Lambiase, Niccolò Marini

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04    

 

 
Spazi intermedi
 

Il cinema palazzo è un monumento interrotto. Non è un edificio d’autore, ma superata una certa massa critica ogni struttura diventa monumento o almeno aspira ad essere tale.

Il tempo, le imprese e gli architetti lo hanno trasfigurato, hanno indirizzato gli sforzi verso alcuni interventi precisi, trascurando l’effettività dell’ involucro preesistente, costruendo la finzione, rimodellando la scatola originaria. Ci proponiamo di operare dal basso per produrre una nuova immagine di spazio, provando a ribaltare il senso dello schema classico di architettura, di costruzione a tutti i costi.

Scheletri abitanti

Sono scheletri pronti per essere utilizzati. Ambienti incompleti, grezzi con alcune parti smontate. Spazi ricavati da un edificio dismesso, ma funzionante.

Ci soffermiamo sulla descrizione delle parti rinnovate tanto quanto sottolineano le imperfezioni degli ambienti, le zone non finite, proiettando su di esse immagini di possibili usi.

Il minimo necessario. Vogliamo innescare un processo. Non è un’operazione scontata e per questo contesto implica un cambio di schema.

La demolizione come intervento a bassa definizione, per mettere in tensione la vecchia struttura con la nuova pelle, sagomata per costruire un casinò. Utilizzare gli scheletri per costruire dispositivi dinamici, con interventi minimi per costituire una reale alternativa.


Costruire spazi intermedi

Costruire rimettendo a sistema frammenti di tessuto urbano ed edifici, trasfigurati.

Approfittare della velocità d’esecuzione del progetto perseguendo un fine, ponendosi degli obiettivi multidimensionali e imprecisi, in cui le condizioni e le azioni si sostengono l’un l’altro nel corso della loro evoluzione, influenzati dalle conseguenze imprevedibili dell’interazione tra persone e organizzazioni.

Le nostre intenzioni sono per forza di cose inesatte e sfaccettate, e cambiano com’è giusto che sia, mentre le rincorriamo, ispirandoci alle occasioni, accogliendo il paradosso, sentendoci radicati e insieme liberi, legati e poi affrancati da ogni vincolo, accettando i limiti e superandoli.

Il movimento fornisce la possibilità di un’accelerazione, dell’occasione di un nuovo scenario, di un abaco di elementi per il progetto d’architettura, per un progetto dall’interno.

Da qui deriva l’incertezza della ragione davanti a questo accidente di una previsione che si è trasformata in prevenzione, se non addirittura in semplice precauzione, ma che di certo non può costruire una ragione sufficiente, tutt’al più solo una valutazione incerta e sommaria che potrebbe portare, domani o dopo, alla necessità di una meteorologia che non s’interessa più esclusivamente agli elementi del tempo che fa (precipitazioni, temperatura, venti, …), ma ai misteri, agli enigmi dello spazio-tempo di una dromosfera d’accelerazione che sfugge alle nostre stime, con le sue terrificanti alte pressioni, le sue tempeste e le sue impreviste precipitazioni economiche.

 

Dario Felice
con Valentina Milan, Serena Muccitelli, Federica Oggiano, Michela Romano, Cinzia Macis

 

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Possibile Costituito   "Il possibile è già interamente costituito, ma rimane nel limbo. Si realizzerà senza cambiare nulla della sua determinazione e della sua natura; è un reale fantasmatico, latente. Il possibile è esattamente come il reale: gli manca solo l'esistenza. La realizzazione di un possibile non è una creazione, nel senso pieno del termine, poiché la creazione comporta anche la produzione innovativa di una forma o di un’idea. La differenza tra possibile e reale è dunque puramente logica."
(Gilles
Deleuze, Differenza e ripetizione, 1968)
   
09
       


Riapertura del Teatro e nuovo programma

L’osservazione dei movimenti lungo la sottile striscia compressa tra la curva della sezione del teatro e il muro esterno che contiene l’edificio e costruisce l’interfaccia con la strada, ha rivelato inattese possibilità di riattivazione di questo spazio per attività e attraversamenti diversi. L’operazione si sostituire le parti opache delle aperture sulla strada diventa un esperimento che alimenta la dilatazione dello spazio per una esperienza eccezionale di rapporti tra interno ed esterno.

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Antiche relazioni e nuovi spazi per la collettività

Sospetti e indizi hanno spostato le osservazioni nei punti a margine di una condizione di non coincidenza tra superfici interne appiattite da recenti rimaneggiamenti e le bucature del prospetto nella corte privata di Palazzo Capranica. La ricerca di nuove possibilità per programmare il disseppellimento delle aperture indaga il funzionamento e l’elaborazione di questa instabilità, la sottrazione di alcune superfici dall’interno costruisce un processo di rallentamento e condensazione, di moltiplicazioni di densità come ossessione per riconquistare una interfaccia corrugata e porosa.

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Inclusivi-dispositivi-esclusivi

Lo spazio conquistato recentemente al piano terreno di Palazzo Capranica (foyer), attualmente utilizzato come spazio filtro e misura il rapporto tra interno ed esterno ha caratteri spaziali evocativi di una forza espressiva travolgente e vincolante. Questo spazio accoglie un programma vastissimo di eventi per la comunità e incontri spontanei di soggetti, di movimenti rapidi e lunghe permanenze. Convivono in una dimensione spaziale unica, e nello stesso attimo, il desiderio di intrecciare relazioni intime tra pochi e la possibilità di accogliere e comunicare a molti. L’esperimento di costruzione di un dispositivo leggero alimenta nuove forme imprevedibili di occupazione dello spazio interno. Questo dispositivo costruito da una pellicola di bolle d’aria isola e segnala il limite tra uno spazio inclusivo e diverse probabilità di temporanee esclusioni.

Antonio Rizzo
con Alessia Di Bitonto, Diana Ciufo, Maria Gerardi, Martino Greco, Benedetta Lorenzotti

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Dismissione Culturale    
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Il caso specifico del Teatro Valle rappresenta lo specchio di una condizione diffusa in Italia, di dismissione del patrimonio di teatri, cinema, musei, riconducibile alla condizione di crisi, alla carenza di finanziamenti, alla programmazione obsoleta. Infatti nonostante la continua richiesta di spazi per la cultura, da Nord a Sud non c’è città che non abbia il suo teatro abbandonato, il suo cinema chiuso da anni, il suo museo trasformato in deposito.
Nonostante l’urgenza e la rilevanza del fenomeno, manca una documentazione ufficiale completa in cui rintracciare dati e ricercare meccanismi di dismissione, suggerendo una prima ricognizione del fenomeno attraverso la costruzione di una documentazione che ha provato ad attingere a tutte
  le fonti a disposizione e a incrociare le informazioni.
La ricognizione quantitativa si sintetizza nella costruzione di un atlante italiano degli edifici per la cultura dismessi, evidenziando la concentrazione del fenomeno nelle metropoli ma anche una crescente presenza sporadica nei piccoli centri soprattutto del Sud Italia. Parallelamente emerge anche una prima forma di attivazione di questo patrimonio attraverso diverse modalità di occupazione, riappropriazione e restituzione alla collettività di alcuni teatri: il Valle e il Cinema Palazzo a Roma, il Marinoni a Venezia, il PAC a Milano, il Filangieri a Napoli, il Coppola a Catania, il Garibaldi a Palermo, che nell’insieme disegnano un network italiano di permanenze propositive.
 

È un primo tentativo di documentare un fenomeno complesso, senza avere la pretesa di dati assoluti e definitivi, cercando di cogliere e restituire l’esistenza e la rilevanza della dismissione degli edifici per la cultura in Italia, offrendo la possibilità di intercettare dei meccanismi di dismissione e di evidenziare un patrimonio a disposizione per inedite strategie culturali e di progetto, prendendo spunto dalle forme di permanenza in corso.

Vincenza Santangelo
con Marta Chiogna, Elena Maranghi, Yasmin Sarah Menouer, Antonio Privitera

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12   Case Teatro
 

ll progetto sperimenta nuove forme di abitazione per il teatro.

In questo processo di appropriazione dello spazio sono coinvolti protagonisti diversi che pongono la questione dello straniero come condizione contemporanea di vita comunitaria. La con-di-visione culturale degli abitanti intreccia vite personali e private in reti di relazioni complesse.

Questo nuovo sistema relazionale rende il Teatro permeabile ed attraversato da una geografia di corpi, informazioni e culture che rimettono in discussione la loro identità non più all’interno della cornice degli stati noncuranti ma in quanto nuovi abitanti del Villaggio Comune.

La loro azione, il loro passaggio, la loro condizione di incerta temporaneità, costruisce forme di un abitare che modificano dall’interno le strutture  e i modi di vivere e di costruire gli spazi del teatro.

L’insieme di queste pratiche pone la questione dell’Abitare Comune al centro di una nuova riflessione in cui programmi complessi assumono nuove forme spaziali.Il progetto raccoglie l’insieme di queste condizioni per rielaborarle nella costruzione di un microspazio come cellula elementare dell’alloggio temporaneo. Questa modificazione dello spazio interno dei palchetti è il tentativo di offrire un’occasione unica di esperienza spaziale intima ed allargata nello stesso momento.

Pierangelo Scravaglieri
con Gabriella Milo, Davide Palmacci, Andrea Romano, Federica Spinaci, Marcella Zeppa

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